Le parracine ischitane: i muri a secco dell’isola d’Ischia

Secondo Giovan Giuseppe Cervera, le pietre di tufo che compongono i muri a secco dell’isolarappresentano le sillabe del meraviglioso linguaggio che accompagna il turista nelle sue escursioni alla scoperta dell’Ischia sconosciuta“. “La loro forma rusticana – prosegue lo scrittore locale in una pubblicazione del 1959 – resta il più bell’ornamento delle nostre stradette di campagna“.

Un ornamento che aveva, e tuttora ha, molteplici scopi: garantire lo sfogo all’acqua piovana imbevuta dal terreno; proteggere vigneti e orti dalle insidie del vento; delimitare confini e proprietà. C’è chi le ha definite lo “scheletro di Ischia”, dal momento che l’isola “conta” quasi cinquemila chilometri di muri a secco; una forma ante litteram di “lotta agli sprechi”, dettata dalla necessità di riciclare la gran quantità di tufo verde presente sul territorio, specie nel versante occidentale del Monte Epomeo. Soprattutto, una testimonianza preziosa di quello “spontaneismo” a metà strada tra edilizia e agricoltura da cui poi sono scaturite tante forme dell’architettura mediterranea.

Quando da poco sono state erette, la pietra è fresca, bruna se lavica, gialla o verdina se tufacea, rossa se vicino sta una vena di roccia ferrigna. Col tempo si macchiano di chiazze bianche, poi si rivestono di mucchio prima rossastro, poi verde, che i fanciulli raccolgono per coprire i loro presepi.
Di giorno, quando il sole ne illumina di sbieco la facciata e gli interstizi appaiono bene ombrati, esse esprimono un ricamo, in cui si leggono i sobri pensieri dei contadini, le sommesse parole del solitario viandante, il canto degli uccelli, il verso dell’asinello, l’immagine del cacciatore e del cane.
È un bassorilievo che racconta tutta la vita e i costumi dell’Isola“.
(Giovan Giuseppe Cervera “Ischia sconosciuta”, 1959)

Una tecnica costruttiva presente anche in Grecia, e perciò con ogni probabilità introdotta a Ischia dai Calcidesi e gli Eretriesi che fondarono la colonia di Pithecusa. Sicuramente di origine greca è il termine “parracina”, idioma dialettale con cui gli ischitani da sempre indicano i loro muri a secco. Due le ipotesi sulla derivazione della parola: il verbo “παράκειμαι” (parakeimai) che letteralmente significa “stare accanto”, oppure la forma composta di “παρά” e “χεῖμα” (χεῖμα, – ατος) traducibile con “contro la tempesta“.

Entrambe i significati rendono la funzione sociale dei muri a secco dell’isola d’Ischia che – giova ribadire – venivano tirati su senza l’ausilio di malta e collanti. Oggi, sono rimasti in pochi a custodire l’antica tecnica, a tutti gli effetti una forma di artigianato tipico locale. Per fortuna, però, sono ancora molte le parracine rimaste in piedi lungo i sentieri e i pendii collinari dell’isola d’Ischia, il che ha davvero dell’incredibile considerato che sono state realizzate anche più di cent’anni fa.

Magia dell’isola d’Ischia!

Author: ischia.land

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